Riccardo
Pedrizzi
LA
DOTTRINA SOCIALE CATTOLICA
Fin dalle prime righe di questo libro di Riccardo Pedrizzi, agile di mole ma pesante di contenuti di pensiero, ci viene incontro una citazione di Augusto Del Noce: «Noi viviamo oggi sulle macerie dell’idea rivoluzionaria…». Quelle parole Del Noce le aveva pronunciate nel corso della presentazione della Associazione per la Educazione permanente alla Dottrina Sociale Cattolica. Esse avevano lo scopo di situare e spiegare gli scopi di questa associazione, ma servono ugualmente bene per collocare l’impostazione culturale generale di questo libro e per aiutare a comprenderla. Il difetto principale che si rimprovera alla dottrina sociale cristiana – così argomentava Del Noce – è quello di costituire un insieme di precetti astratti che male si adattano alla applicazione nel corso di una storia in continuo movimento. Per usare un linguaggio oggi desueto ma corrente al tempo della giovinezza di Del Noce si potrebbe dire che essa pecca di sociologismo e di scarsa concretezza storica.
Questa accusa può in effetti avere una parvenza di verità se si stacca la
dottrina sociale cristiana formulata dai Papi a partire dalla Rerum Novarum
della filosofia della storia cui essa è intimamente collegata. Si tratta del
confronto che il pensiero cattolico dell’ottocento e poi del novecento conduce
con l’idea di modernità. Esso inizia con la sottolineatura del carattere
demoniaco della rivoluzione. Intesa non come un evento storico particolare, all’interno
del quale, come in tutti gli avvenimenti della storia, si scontrano le
disposizioni ed intenzioni soggettive più disparate, ma come formazione di un
atteggiamento spirituale che rifiuta il riconoscimento di ogni verità data, di
ogni legge della natura che precede l’azione del soggetto. L’uomo non vuole
più vivere in un mondo creato da Dio ma in un mondo nuovo creato da lui stesso,
secondo la sua propria misura. È questo il gigantesco esperimento storico dell’epoca
delle rivoluzioni.
Inizialmente la filosofia della storia cattolica dell’ottocento oppone all’idea
di rivoluzione l’idea di un ordine da difendere o da restaurare. Dopo un poco,
e per effetto della delusione suscitata dalla restaurazione politica del 1815,
essa passerà piuttosto a distinguere un ordine di valori eterni a cui ispirarsi
per ricostruire la società da un ordine sociale de passato contro il quale
immediatamente si è rivolta la rivoluzione, che lungi dal rappresentare la
realizzazione dell’ideale cristiano è se mai solo una delle sue incarnazioni
possibili e, anzi, rappresenta già un momento di decadenza della società
cristiana e di tradimento rispetto ad essa. La rivoluzione verrà allora
compresa insieme come avvenimento demoniaco di ribellione a Dio ma anche come
castigo di Dio, inviato per purificare e richiamare a sé un Ancien Regime
che ha tradito il cristianesimo.
È in questo orizzonte di pensiero che abbiamo grossolanamente delineato che
si colloca la dottrina sociale della Chiesa. Leone XIII, il Papa della Rerum
Novarum, è al tempo stesso il papa della enciclica Libertas che, in
un certo senso, conclude la filosofia della storia cattolica dell’ottocento.
In essa troviamo la tesi decisiva che l’uomo può incontrare l’altro uomo,
riconoscerlo e rispettarlo solo nella verità. Se l’idea di verità viene
abolita allora diventa impossibile anche la libertà intesa come regola di una
convivenza umana. La libertà dell’uno si oppone allora inevitabilmente a
quella dell’altro ed il conflitto viene risolto soltanto con la forza, poiché
nessun esercizio della ragione è più possibile dopo la caduta dell’idea di
verità. Il concetto marxista di "lotta di classe", potremmo
aggiungere noi esplicitando ulteriormente il pensiero dell’enciclica, mostra
la dinamica di una società in cui l’idea di verità è caduta ed il contrasto
degli interessi materiali non può quindi essere in alcun modo contenuto e
mediato. Di qui deriva anche il punto di partenza della Rerum Novarum: la
questione sociale può essere risolta solo sulla base di un diverso concetto di
libertà che lega la libertà alla verità, al dovere di ricercarla e di agire
conformemente ad essa. La libertà è data all’uomo per rendere possibile al
ricerca della verità. Proprio per questo essa deve essere rispettata con il
massimo scrupolo da parte di tutti, e tuttavia per la medesima ragione essa non
può diventare un fine in se stessa senza autodistruggersi.
La dottrina sociale cattolica diventa astratta se essa non è inquadrata in
questo giudizio sulla modernità e non viene posta in relazione con la natura
della libertà. La Rerum Novarum ha indagato il riflesso sociale della
dinamica culturale che è oggetto della Libertas. Se si staccano fra di
loro le due encicliche allora diventa facile il vedere nella Libertas l’ultimo
sussulto di un vecchio cattolicesimo chiuso in se stesso e nella Rerum
Novarum l’apertura di una nuova fase totalmente staccata dalla precedente
ed anzi in contraddizione con essa. Se ci si mette in questo stato d’animo
diventa però poi necessario riconoscere che il contenuto della nuova fase
rimane indeterminato e passare infine all’atteggiamento di chi aspetta che
questo contenuto concreto venga determinato dal rapporto con l’una o l’altra
delle ideologie del nostro tempo. Oppure (e questa è l’altra possibilità) la
dottrina sociale viene ridotta ad un insieme di principi senza che si chiarisca
il metodo della loro effettiva realizzazione storica.
È un merito di questo libro ed un segno della sua novità di impostazione
culturale il fatto che esso inquadri la dottrina sociale della Chiesa proprio in
relazione ad una lettura della storia e trovi, contro ogni astrattezza
sociologistica, proprio in questa collocazione il metodo della sua autentica
storicizzazione, cioè di una sua lettura storica che non riduce e snatura i
principi ma li applica in modo fecondo al presente, passando attraverso una
corretta ermeneutica storica, ovvero attraverso una interpretazione della storia
contemporanea che non è estrinseca alla dottrina sociale cattolica ma, in un
certo senso, è ricavata da essa.
Rocco Bottiglione