Autori Vari
    EUROPA DEI POPOLI, EUROPA DEI MERCATI


 

Che una qualche misura di unificazione europea sia una tendenza comunemente accettata dai più, è oramai un dato di fatto. Molto meno chiari appaiono invece, sia nei media che fra i comuni cittadini, modalità e percorso di questo processo, e soprattutto, lacuna assai più grave, l’obiettivo ultimo del processo stesso.
Che l’Europa possa unificarsi a partire da concezioni quanto mai difformi sia culturalmente che spiritualmente, verso traguardi quindi eterogenei e con esiti parimenti difformi, è una constatazione del tutto palmare che tuttavia occupa poco posto sulle colonne dei quotidiani e sembra rivestire scarso interesse anche per parecchi "addetti ai lavori". Troppo spesso si ha la falsa impressione che l’Europa possa unificarsi in un solo modo, secondo un percorso obbligato, verso un traguardo unico e determinato. In ciò non si deve vedere tanto il frutto della superficialità, quanto la tendenza – tipica della cultura dell’occidente contemporaneo – a dare per assodato un determinato quadro di valori, fino ad identificare de facto, eliminando il dibattito in tema, l’unificazione europea con un processo di integrazione economico-monetaria a forti tinte tecnocratiche. Un quadro in cui i fattori extraeconomici – storici, culturali, spirituali – se pure nominalmente non negati e talvolta apparentemente apprezzati – divengono grandezze dipendenti dalla principale, e solo da essa traggono limitati legittimità e valore.
In breve, la tendenza che pericolosamente appare egemone non solamente nelle cupole finanziarie internazionali, ma anche in troppi media europei – le cui relazioni con i "poteri forti" dell’economia sono normalmente quanto mai chiare – è quella di concepire l’Europa unita come un grande libero mercato, dotato di tutti gli strumenti utili a favorire l’espansione della produzione-consumo di beni e servizi, gradino intermedio verso un mondo parimenti unificato dalla mancanza di barriere doganali e dal dominio finalmente incontrastato delle leggi del mercato; tutto il resto – storia, identità, culture, religioni – potrà avere un suo ruolo, beninteso accessorio, se e nella misura in cui potrà e saprà adeguarsi a questo mito economico-politico. La realizzazione del quale, come leggiamo troppo spesso, merita a priori ogni genere di sacrifici.
Quello che è legittimo chiedersi è quali sacrifici, per chi e perché. Un tale progetto appare infatti viziato da un riduzionismo di fondo che elimina la complessità della socialità e della cultura umana in favore di un pregiudiziale primato offerto all’economico ed un economico troppo schiacciato su una visione messianica e pseudo-religiosa, tipica del liberalismo delle origini, che l’utopia tecnocratica tende oggi a riproporre in termini hi-tech e con tutto il peso del proprio potere mediale, per non ingenerare dubbi e perplessità. Dubbi che si incrementano nel momento in cui si percepiscono distintamente pericolosi segni di totalitarismo culturale nel fervore con cui i palcoscenici della comunicazione si preoccupano di emarginare ogni voce critica nei confronti della riduzione dell’unificazione europea ad ingegneria finanziaria. Perplessità che si rafforzano nel constatare i costi sociali di un’unificazione economica che, in barba alla secolare tradizione di autonomie e sussidiarietà propria alla cultura europea, allargano il solco tra i ricchi, sempre più ricchi, ed i poveri, sempre di più, e più poveri. Un’Europa così costruita rischia di abolire la cultura europea, e disegnare un continente che riproduca le dinamiche sociali e l’appiattimento culturale tipico della superpotenza egemone dell’occidente contemporaneo. In modo apparentemente paradossale l’unità europea rischia di portare a compimento la finis Europae.

Questo volume raccoglie i testi delle lezioni tenute durante il 2° Corso dell’Università d’Estate di San Marino, nel luglio 1997. Grazie al contributo di numerosi e qualificati docenti di diverse nazionalità e specializzazioni, vengono chiariti i fondamenti e le caratteristiche dei diversi modelli di unificazione europea che di fatto si affrontano oggi nel nostro continente. Anche senza voler scadere in manicheismi superficiali ed inutili, ne emerge che le ragioni dell’Europa dei popoli concreti, delle identità storiche, culturali e spirituali, non possono essere aprioristicamente trascurate e relegate nel limbo romantico dell’accessorio: l’Europa dei mercati rischia di divenire meramente virtuale se non si riconcilierà con l’Europa di carne e di sangue, della solidarietà e della sussidiarietà. In questa direzione l’Università d’Estate di San Marino continuerà a lavorare.

Adolfo Morganti