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    IL CONTINENTE LIQUIDO. L'Europa e il mare


«...Lo nero periglio che vien da lo mare!».

Quante volte una analoga esclamazione è risuonata nelle grida accorate delle popolazioni rivierasche del meridione italico, impietrite dallo spavento per l’appropinquarsi dei Mori musulmani, dei "mamma li Turchi!" scuri di pelle e armati di scimitarre!?
Il mare, estensione liquida di un ignoto che separa le genti e i territori - e contenitore di più abissali misteri sotto la superficie increspata delle onde (tesori, mostri) - non è solo una via fluida di traffici, di esplorazioni e di conquista, ma anche di timori, di destino, di azzardo, di casualità e di rovesci del fato, oltre che di tempeste: una finestra aperta su un Altrove minaccioso e predatore - pirati saracini o vichinghi sanguinari - da arginare, da combattere e da cui difendersi.
E in ogni caso, il mare rappresenta un’anomalia ambientale rispetto alla solidità della terra: esso richiede tecnologie, artifizi e segreti del mestiere che consentano di affrontare la sfida di una condizione incerta, aperta al rischio dei capricci atmosferici dei venti e delle tempeste che possono inghiottire i naviganti; o spaventarne le coscienze in sogni e apparizioni di sirene ammaliatrici, piovre gigantesche, balene voraci. Questo perché la contrapposizione tra mare e terra individua una opposizione esistenziale (quindi mentale e comportamentale) prima che geografica: il mare ha un suo proprio regime che l’uomo ha tentato di addomesticare, riproducendo nelle imbarcazioni forme della convivenza e dell’abitabilità tipiche della vita su terra. Ma la partita che si gioca tra l’uomo e il mare, a dispetto di ogni progresso tecnologico, rimane comunque soggetta all’azzardo della navigazione, sospinta in distese infinite e profonde, imprevedibili e - talvolta - infide: in cui, tuttavia, l’anomalia e l’incertezza dello sradicamento sono compensati dalle molteplici occasioni che una tale libertà di movimento può fortunosamente concedere, nell’esplorazione avventurosa e nel ritrovamento di nuove terre e nuove ricchezze. Si comprendono meglio, così, le vicende della storia moderna europea del XVII e XVIII secolo, sulle rotte delle potenze spagnole, portoghesi, olandesi e inglesi, dominatrici di una scena intercontinentale ormai appannaggio di quel versante europeo  atlantico che tracciava nuove vie commerciali da cui l’Europa mediterranea e la fascia vicino-orientale sarà esclusa: e con esse gli antichi fasti carovanieri dell’ormai negletta Via della Seta.
Le giornate dell'edizione 1999 dell'Università d'Estate di San marino si sono quindi costruite su questo elemento, l'acqua, e sulle sue infinite ricchezze, navigando per temi e geografie affacciate su questo "continente liquido" (secondo la definizione di Fernand Braudel) del Mediterraneo che da tempi immemorabili bagna e feconda molteplici regioni dell'Europa, dell'Africa e del Vicino Oriente e che ha propiziato, nei secoli della storia dell’umanità, traffici e scambi di ogni tipo, scorribande di genti e di pensieri che hanno influenzato i popoli del continente euromediterraneo - da Gibilterra al Bosforo - nella loro cultura materiale e spirituale. Ne è  risultato che oltre ad essere una unità spaziale e geografica il Mediterraneo ha assunto la funzione di un “principio strutturante” capace di connettere e di articolare al suo interno una vasta gamma di fatti storici, di consuetudini, usanze e modi di vita di comunità sociali, del loro benessere e della prosperità di centri urbani e marittimi che si consolidarono in potenze commerciali e di conseguenza militari, per mantenere il controllo delle rotte.
Ma dato che uno stesso mare - come diceva un geografo arabo - può trasformarsi in otto mari differenti, cosa ben nota - continua- a chiunque intraprenda un viaggio in mare, altri mari, etnie e risorse, sono stati solcati dai docenti dell’Università d'Estate, che hanno esplorato ogni intreccio di geo-politica, di economia, di storia militare e sociale. Non meno che la storia obliqua dell’antropologia, della religione, della mitologia e del folklore che sempre hanno costellato ogni navigazione con simboli e miti di inquietudine, fantasie marinare e superstizioni: che sempre si generano quando alla ricchezza agognata, e promessa dai mari, si accompagna l'imprescrutabilità e l’enigma di profondità da cui può sempre scaturire la balena bianca Moby Dick, per mutilare naviganti impavidi e trascinarli con sè tra i flutti e negli abissi, in un groviglio mortale di gomene e arpioni.
Il periplo di questo continente liquido del Mediterraneo nell'antichità e nel medioevo, ha trovato quindi altri sbocchi nel contiguo Mar Nero: ed è intorno ad esso che oggigiorno paesi come Grecia, Albania, Bulgaria, Romania, Turchia, Georgia, Armenia, Azerbaijan, Moldavia, Federazione russa e Ucraina sono riuniti in un importante progetto di «Cooperazione economica del Mar Nero» (CEM) sulla base di complementarietà di mercati, di risorse comuni, di sfruttamento delle materie prime, di produzione e di traffici. La ribalta di questo bacino, in apparenza minoritario, nelle attuali strategie diplomatiche dell’Europa sud-orientale e dei paesi asiatici - che si affacciano su un mare che per storia, miti e leggende - è tale da rappresentare una “zona di pace pontica” che riunisce, per affinità geografiche e culturali, un ventaglio di nazioni destinate a giocare un ruolo preponderante in futuri equilibri geo-politici, dove certo non mancheranno interventi e consultazioni con altri paesi dell’Unione Europea o dell’Alleanza Atlantica.
Si sono poi guadagnati gli Oceani per risalire lungo le rotte delle esplorazioni e dei commerci che hanno reso grandi le nazioni e gli imperi affermatisi sui mari dopo la scoperta dell'America e configurato nuovi e diversi “principi strutturanti”. Al contrario, mari più piccoli come il Baltico hannno rivelato, pur nella loro esiguità geografica, una gelida estensione dell'inquietudine simile alla steppa, ultima frontiera settentrionale della cristianizzazione e quindi della civiltà, ai limiti della tundra e della steppa: e per tale condizione di marginalità ai bordi dell’ignoto, luogo eminente dell’Altrove dove ci si inoltra nel meraviglioso e nella stranezza, nella paura del non conosciuto e quindi del mostruoso, sempre in agguato tra le nebbie e i ghiacci che trascolorano il reale in miraggi illusionistici e terrifici.
Ancora una volta - nella sua quarta edizione, e nella cornice accogliente di San Marino, che svetta al di sopra dell'Adriatico, nostro porto iniziale da cui siamo partiti in questo viaggio di ricerca, di studio e di nuove promesse di dialogo tra genti e culture - non si può che salutare positivamente la conclusione di una iniziativa che ha visto riuniti docenti, ricercatori e studenti in un clima stimolante di ospitalità, di incontro, di confronto intellettuale, di amicizia e di lieta convivialità.
 

Adolfo Morganti e Andrea Piras